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I nostri servizi - palazzocanova

La nostra  è una associazione che si occupa di studi e ricerche e vantiamo una lunga serie di riconoscimenti e attestati di stima a livello regionale e nazionale

http://www.leonardo-ambrosiana.it/il-codice-atlantico/

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Tutti i nostri soci sono molto attivi nel continuo sviluppo di nuove iniziative riguardanti l'artista  di Possagno e pianificano e promuovono cicli di lezioni, seminari, 

Contattaci via mail a  canova91_2015@libero.it  per poter ricevere la programmazione degli eventi e l’elenco aggiornato delle attività ordinarie e straordinarie.

Scheda storica su Palazzo Canova e Valle Antica

Scheda storica su Palazzo Canova e Valle Antica - palazzocanova

 Soltanto dagli anni ’90, nonostante l’esistenza di un viale Canova e soprattutto il “Palazzo Canova” terminato nel 1697 , sono iniziati gli studi e le ricerche sulla presenza dell’artista a San Gemini.

 La consuetudine al lavoro storico e storiografico ha indirizzato subito il percorso di ricerca a partire da quella che la prestigiosa Scuola delle Annales ha definito storia materiale. Quest’ultima ,certo, non assorbe, né può restituire la complessità di una questione storica e tantomeno storiografica, piuttosto è una vera e propria fenomenologia con cui dobbiamo fare i conti, in una ricerca, quando ci avventuriamo sulle tracce degli uomini. Marc Bloch, con una suggestiva e pregnante espressione assimilava il lavoro dello storico all’insaziabile libido dell’orco che  fiuta l’odore degli umani per conoscerli .

Il Palazzo, le terre, gli oggetti , che , loro malgrado , si sono salvati dalla furia della guerra e dalla sciagurata presenza dei nazisti a San Gemini, stanno a testimoniare la presenza di Antonio Canova. 

Nel 1816  il papa Pio VII ,tornato sul trono dello Stato Pontificio nel 1814 dopo la sconfitta di Napoleone, nomina Antonio Canova marchese di Ischia di Castro, per meriti artistici e per il recupero dell’enorme patrimonio di opere (più di mille ) riportate in patria .

Una mappa originale (proprietà privata), con la descrizione dei terreni e le relative colture, porta il segno della donazione fatta dal papa all’artista: quelle terre della mappa coincidono con la tenuta di Valle Antica.

L’artista da tempo , come testimoniano le lettere del 1807 al cavaliere  Pietro Fontana di Spoleto,  la corrispondenza con Andrea Vici, Presidente dell’Accademia di San Luca, con Carlo Labruzzi Presidente dell’Accademia delle Belle Arti di Perugia, a cui successe Giacomo Antinori , ha un intenso rapporto con l’intellettualità e gli artisti umbri.

Lo scultore di Possagno, tramite il fratellastro Abate Sartori Canova, che era il suo amministratore , acquista il Palazzo prospiciente il Viale e la piazza S. Francesco.

Una puntuale documentazione del Catasto Gregoriano indica la proprietà di Antonio Canova e le successive vendite fino ai nostri anni.

Nel testamento nuncupativo fatto dal Canova a Venezia ,il 12 ottobre del 1822, la “possessione di San Gemini” (il Palazzo e Valle Antica), come già nelle disposizioni testamentarie di Roma, veniva data in usufrutto all’abate Giovanni Sartori Canova e al nipote Domenico Manera.

L’usufrutto poteva trasformarsi in vendita solo nel caso in cui fosse stata necessaria alla costruzione del Tempio di Possagno.

Dopo alcuni anni dalla morte di Antonio Canova, avvenuta il 14 ottobre del 1822, il fratellastro Sartori Canova, nel 1834, vende il Palazzo e Valle Antica ai Padri Cistercensi  di S.Benedetto alle Terme di Roma. 

Nel 1936 i Cistercensi venderanno a Severino Medici,  la tenuta di Valle Antica e , nel 1938, il Palazzo.

Dopo l’8 settembre del 1943 le truppe tedesche, in ritirata dal Sud verso il centro Italia, laddove non compirono stragi , anche per la debole resistenza delle popolazioni, occuparono, case, palazzi, proprietà terriere.

 Negli ultimi mesi del 1943 le truppe tedesche giunsero a San Gemini, si stanziarono nell’Hotel Duomo e nel Palazzo Canova. Occuparono per approvvigionarsi di cibo e come deposito per le armi Valle Antica, una proprietà di circa 300 h , in quegli anni molto florida grazie a Severino Medici che aveva fatto piantare vigneti che producevano ottimo vino , in cui si produceva olio, venivano allevati 200 capi di bestiame bovino e veniva raccolta una grande quantità di grano. 

Il Palazzo non subì devastazioni , né a memoria dei suoi proprietari, furono asportate, prima che il Comando tedesco lo abbandonasse, alla fine del ’44, alcunché di significativo. Lo sta a testimoniare il ritrovamento, nell’area della parte di casa abitata da Giorgio Medici, della mappa dei terreni di Valle Antica che  appartenne ad Antonio Canova.

A Valle Antica le cose andarono in maniera diversa. 

Alla fine del 1944, i tedeschi in ritirata , per l’arrivo delle truppe alleate, prima di abbandonare Valle Antica , fecero saltare la costruzione centrale con bombe e fuoco che devastò quanto in essa contenuto.

Severino Medici rientrato,dopo la fuga dei tedeschi dall’Umbria, nel suo Palazzo e a Valle Antica, iniziò la ricostruzione di quanto era stato distrutto e terminò i lavori nel 1952.

 

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I carri raffigurati nell’affresco riportavano in Italia da Parigi, le casse che contenevano le 249 opere d’arte recuperate, con un sostanziale successo, da Antonio Canova a cui il 10 agosto 1815 il cardinale Ercole Consalvi d'intesa con Pio VII aveva affidato il difficile compito di recuperare quanto era stato trafugato da Napoleone, dopo il Trattato di Tolentino iil 19 febbraio 1797. Il trattato fu praticamente imposto da Napoleone che all’epoca era semplice comandante dell'Armata d’Italia a papa Pio VI.
Antonio Canova era stato già nominato da Pio VII, Ispettore delle Belle Arti nel 1802, per questo all’amico e confidente, principe degli artisti, ministro della Cultura il Pontefice romagnolo affidò l'incarico, dopo la caduta di Napoleone e l'apertura del Congresso di Vienna.
L'immensa rapina dei francesi, non risparmiò nessuno dei Paesi sconfitti e assoggettati a Napoleone.
Dai Paesi Bassi alla Prussia, dall'Austria alla Spagna, tutti i popoli d'Europa furono costretti a pagare il loro tributo e poche furono le voci di contrasto da parte degli intellettuali francesi. Con la rilevante eccezione di Quatremère de Quincy che in Lettres à Miranda deplorò il dissennato saccheggio affermando il principio della necessità per le opere d'arte di vivere nel loro contesto storico e culturale.
Del resto il governo della cultura esercitato da Pio VII andava in questo senso. Lo dimostrano le leggi di tutela del 1802, approvate da Canova, e l’Editto del 1820 promulgato dal Cardinale Bartolomeo Pacca.
Tra le tante opere recuperate da Canova a Parigi, una vicenda particolare è quella legata al Codice Atlantico di Leonardo da Vinci.Nel 1796 Napoleone ordinò lo spoglio di tutti gli oggetti artistici o scientifici che potevano arricchire musei e biblioteche di Parigi. Il 24 maggio il commissario di guerra Peignon si presentò all'Ambrosiana insieme all'incaricato Pierre-Jacques Tinet (1753-1803) con l'elenco degli oggetti di cui doveva impossessarsi, fra cui «le carton des ouvrages de Leonardo d'Avinci ( sic )». Le casse contenenti gli oggetti d'arte tolti a Milano vennero spedite a Parigi il 29 maggio, ma giunsero solo il 25 novembre. Il 14 agosto venne stabilito di portare la cassa n. 19, contenente il Codice Atlantico, alla Bibliothèque nationale de France.
Quando le truppe alleate occuparono Parigi nel 1815, ognuna delle potenze interessate affidò ad un proprio Commissario l'incarico di recuperare gli oggetti d'arte di cui era stata spogliata; Franz Xaverbarone von Ottenfels-Gschwind, incaricato dall Austria di riprendere gli oggetti d'arte tolti alla Lombardia, essendo questa ritornata sotto il dominio austriaco, non ottenne tutti i codici vinciani sottratti dalla Biblioteca Ambrosiana, benché ne avesse una nota esatta. Quando si presentò alla Bibliothèque nationale, vi trovò solo il Codice Atlantico e non cercò di rintracciare e riavere gli​ altri manoscritti.Secondo una versione riportata successivamente il barone von Ottenfels-Gschwind avrebbe rifiutato il codice, ritenendolo cinese a causa della grafia inversai Leonardo; solo grazie all'intervento di Antonio Canova, il manoscritto sarebbe tornato a Milano.Il Codice Atlantico raccoglie 1119 fogli autografi di Leonardo, per un totale di circa 1750 disegni.
Il nome "atlantico" non indica il contenuto del codice ma il formato delle grandi pagine (che servivano normalmente per confezionare gli atlanti) su cui erano stati incollati i fogli di Leonardo per meglio conservarli e tutelarli da possibili dispersioni. In esso è possibile ritrovare tutte le discipline coltivate dal grande genio di Vinci, dagli anni giovanili fino a poco prima della morte.
Dall'architettura e l'idraulica alla medicina e l'ottica, dalla meccanica e l'urbanistica, alla geometria e l'astronomia, dall'anatomia alle diverse arti figurative. Particolarmente interessanti sono i progetti di macchine semoventi, di armi sempre più sofisticate, di ingranaggi e di congegni, dei quali Leonardo ha lasciato stupendi disegni che sono di fatto vere e proprie opere d'arte. I fogli sono assemblati senza un ordine preciso e abbracciano un lungo periodo degli studi leonardeschi, il quarantennio dal 1478 al 1519 , secondo diversi argomenti tra i quali anatomia ,astronomia, botanica, chimica, geografia, matematica, meccanica, disegni di macchine, studi sul volo degli uccelli e progetti d'architettura. Al suo interno si è sempre affermato esservi collocati 1750 disegni, tutti di mano di Leonardo.
In realtà, i disegni erano 1751.
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